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© 1997
Oliver Baumann •
Ermenegildo Bidese
Gasinga, mai garivat Garëida
 
Non c’è storia della letteratura italiana del Novecento che non faccia menzione della 
commedia Addio giovinezza!, scritta nel 1911 da Nino Oxilia in collaborazione con Sandro 
Camasio. Ambientata a Torino, la commedia offriva una garbata rappresentazione dell’ambiente 
studentesco del primo Novecento, caratterizzato da alcune situazioni ispirate a una sentimentale 
vie de bohème. Fu un grande successo, tanto che la vicenda fu adattata per il cinematografo, 
mentre il maestro Pietri ne trasse un’operetta che rimase a lungo in cartellone.
Oxilia scrisse anche un’altra commedia, La donna e lo specchio, rappresentata nel 1914, 
a ridosso dello scoppio della Grande Guerra, che segnò la fine di un periodo storico che, pur 
attraversato da tensioni politiche e sociali, fu percepito come un’era felice, la bell’époque appunto. 
Il conflitto travolse innumerevoli giovani vite: anche Nino Oxilia cadde, nel 1917, non ancora 
trentenne, compiendo valorosamente il suo dovere. Nel 1918, a cura di amici, uscì a Milano un 
volume di sue poesie, Gli orti, testimonianza di una personalità ben riconoscibile all’interno del 
variegato movimento crepuscolare. 
Un suo pronipote, Andrea Oxilia, ha ripreso il colloquio con le Muse, scegliendo uno 
strumento linguistico del tutto particolare, e cioè il cimbro, un dialetto alto-tedesco parlato dai 
discendenti di quelle popolazioni provenienti dalla Baviera cui nel 1216 il vescovo di Trento 
Federico Wanga concedeva pascoli e boschi a Costa di Folgaria: donde si propagarono poi sui 
monti di Asiago e di qui nel Veronese, ottenendo nel 1287 da Bartolomeo della Scala, vescovo di 
Verona, terre «desertas et inhabitatas» nel territorio di Roveré tra le valli d’Illasi e di Squaranto. 
I Cimbri mantennero usanze proprie; anche la cura d’anime era affidata a sacerdoti in grado 
di confessare e insegnare il catechismo nella lingua dei loro parrocchiani. Questa sostanziale 
autosufficienza contribuì a condizionare i contatti dei Cimbri con le popolazioni vicine: contatti che 
certo vi furono, ma che spesso, fin dall’inizio, avvennero all’insegna di quella reciproca diffidenza 
che sempre accompagna ogni forma di alterità. Una tale situazione emerge con chiarezza da un 
poemetto in ottave del 1477, in cui un fabbro ferraio di origine soncinese, ma solidamente radicato 
nella città di Verona, descriveva con grande precisione le caratteristiche della singolare isola 
linguistica che si estendeva tra i territori di Verona, Vicenza e Trento, registrando anche — con 
molta cautela in verità — l’«opinione» diffusa tra gli umanisti del tempo che riconduceva l’origine 
di queste popolazioni ai Cimbri sconfitti da Mario:
 
Trovasi ancor nel terren veronese
una zentalia molto desusata
da li costumi d’ogni altro paese:
ne le montagne tien la lor contrata,
e son gente ombrose e assai sospese.
Vendono caro, e lor volion derata:
le mercantie lor sono: legname,
carbone, bestïole et ocelame.
 
È opinion che questa gente fusse
de’ Cimbri che rimase e de sua gente,
quando che Maro tanti ne destruse,
e che più volte di lor fu vincente:
che da poi in questi lochi si reduse,
e fan dimora fina al dì presente;
che qui se conduse come la rena
che per discorso ciascun fiume mena.
 
Questoro sono di gente latini
acircondati da ciascuna mano:
da lo levante sono ‘ Visentini,
e da sera Verona tiene el piano:
da l’Aquilone confina ‘ Trentini.
Sempre tra loro todescando vano:
la lingua lor da germanico pende,
ma con boni Todeschi non s’intende.
 
L’isolamento linguistico, tiene a precisare il fabbro ferraio, non era scalfito nemmeno da 
contatti con i tedeschi di passaggio. Scarsissimi furono anche i contatti reciproci tra i Cimbri 
del Trentino, del Veronese e del Vicentino, sicché le rispettive parlate presentano significative 
varianti, puntualmente registrate da Bruno Schweizer nell’Atlante linguistico cimbro e mòcheno 
(Zimbrischer und Fersentalerischer Sprachatlas), edizione in lingua italiana e tedesca curata e 
commentata da Stefan Rabanus, pubblicata nel 2012 dall’Istituto Cimbro di Luserna e dall’Istituto 
Culturale Mòcheno di Palù del Fersina.
A questo punto, il tenente Oxilia, determinato ad assumere il cimbro come lingua della 
sua poesia, ha dovuto operare una scelta. Una scelta non facile, perché, veronese di nascita, 
è «folgaretano di Battesimo»; a Folgaria nacque il nonno paterno, il generale Andrea Oxilia, figlio 
di Margherita Chiocchetti Schoensberg e di Antonio, anch’egli ufficiale dell’esercito italiano, giunto 
in Trentino al termine della Grande Guerra. 
L’opzione per i Cimbri veronesi si riflette anche nel campo della ricerca e della riflessione 
scientifica di Andrea Oxilia, che nel 2006 consegue la laurea magistrale nella Facoltà di 
giurisprudenza dell’Università di Parma discutendo una tesi (poi pubblicata) sulla Tutela delle 
minoranze linguistiche: il caso dei XIII Comuni Veronesi, maturando così una competenza che gli 
ha consentito di presentare un progetto di legge (parzialmente confluito nella Legge Regionale n. 
8/2007) a tutela delle minoranze linguistiche germanofone della Regione Veneto.
Accade così che la prima poesia nel cimbro dei Tredici Comuni (premiata ad un concorso 
nazionale) venga dedicata nel 2007 al più illustre tra gli scrittori settecomunigiani, l’asiaghese 
Mario Rigoni Stern. Il titolo della lirica, Gadenk ‘un snea, ime Mario Rigoni Stern («Ricordo di 
neve, a Mario Rigoni Stern»), può considerarsi un omaggio alla raccolta Gadenk Ljetzan del 
celebre poeta cimbro di Giazza Eligio Faggioni. Nella lirica che gli era stata dedicata, Mario 
Rigoni Stern, quasi a recuperare una continuità con la poesia di Nino Oxilia, ritenne di individuare 
un impianto «tipicamente neocrepuscolare». Il giudizio, almeno in parte, può essere condiviso, 
soprattutto se, più che al mondo di Sergio Corazzini, si pensa a quello di Marino Moretti, in cui 
oggetti della quotidianità vengono talora assunti in una dimensione alta e “altra”; e forse si può 
pensare all’intenso sentimento della natura di Hermann Hesse, che non di rado si carica di 
elementi simbolici:
 
Rebehùandar bàizzan.
Séalj ‘un tòatan,
asbia bint ‘un bintar
pepan dai pooupal, inschlafat.
Gadenk ‘un snea. Loekat.
 
Pernici bianche,
anime dei morti,
come vento d’inverno
sfiorano la tua gemma, sopita.
Ricordo di neve. Vivo.
 
Del resto il crepuscolo compare anche nel titolo di una lirica, Crepuscolo sulla Lessinia, in 
cui si assiste a una completa fusione del poeta con la natura, nell’ambito di una riflessione sulla 
vita e sulla morte che carica la voce spetar («sereno») del significato presente in spete («tardi»), 
suggestivamente richiamato a significare la vicenda umana che giunge rapida alla fine. Al tremore 
di fronte alla fine fa riscontro l’emozione profonda suscitata dal prodigio del concepimento di 
una nuova vita, che consente l’avvicendarsi delle generazioni, di vita in vita («’un lebe in lebe»): 
nella lirica Ime muotar («Alla madre») il poeta recupera l’ancestrale tradizione che assimila il 
concepimento e la gravidanza che avviene nel grembo femminile alla fermentazione prodotta 
dal caglio nel latte che bolle nella caldaia della malga: immaginazione potente, che richiama le 
metafore con cui la Bibbia (soprattutto nel libro della Sapienza e nelle profezie di Isaia) definisce la 
vicenda dell’uomo sulla terra. La dedica di questi versi vigorosi «A mia madre, alla madre dei miei 
figli e alla mia Madrepatria» richiama il mondo degli affetti del poeta, che accanto all’amore per la 
propria famiglia dichiara anche quello per la più grande patria italiana (cui del resto le popolazioni 
cimbre furono sempre fedeli): non c’è quindi, nemmeno nella sfera della finzione poetica, alcuna 
opposizione tra Heimat e Vaterland.
Ad un’altra figura femminile, la figlia Elvira, è dedicata la lirica San Lorenzo, in cui 
gadenkar ‘un leban toatan («memorie di vite deposte») e stonarte gasingar («stonate strofe») 
si compongono nella contemplazione degli abeti che segnano il profilo della Martinella nel cielo 
Il contrasto tra evocazione fantastica di un mondo perduto e quotidianità esistenziale si 
concilia in A Riva spira, una sorta di canto a labbra chiuse dedicato Ai Cimbri emigrati. Il paesaggio 
lacustre, con originale sensibilità, è reso con immagini che rinviano alla montagna cimbra: le 
piccole onde del Garda percorso dal vento richiamano le «scandole», assicelle assemblate per 
la realizzazione di quei rustici tetti montani ormai negati alla vista. Il silenzio severo del poeta è 
sopraffatto dall’affascinante personificazione della poesia cimbra, «gasuackat, gagraifat, gaknault 
im himal» («cercata, brancata, aggomitolata nell’aere»): la dolce figura sembra riconoscersi nella 
voce del suo devoto cultore, ormai esperto di quella lingua segreta: Gasinga, mai garivat Garëida. 
 
Gian Paolo Marchi (*)
 
(*) Professore Emerito di Letteratura Italiana, presso l’Università degli Studi di Verona.

"Kearn, gasingar tz'abane - Ritorno, canti al crepuscolo". Trento: Provincia Autonoma di Trento, 2014.
 


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